8. nov, 2016

Metaplasticità cerebrale, neuroarcheologia e archeologia cognitiva

Neuroscienze cognitive e archeologia. Un’unione possibile. La neuroarcheologia è un settore di ricerca interdisciplinare volto allo studio delle problematiche emergenti fra cervello e cultura, percorrendo le traiettorie del divenire umano. Le ultime tre decadi hanno visto un radicale cambiamento nelle modalità con cui gli archeologi si approcciano allo studio dell’evoluzione della mente umana: grazie all’incontro con le neuroscienze ha avuto sviluppo l’Archeologia Cognitiva, il cui scopo risiede nella comprensione dei principi basilari dell’evoluzione cerebrale umana e della co-evoluzione cervello-cultura. Che cosa è il pensiero simbolico? Perché e in qual modo emerge il simbolismo? Come è possibile identificare le tracce materiali delle capacità simboliche nei reperti archeologici? Quale legame esiste fra la struttura funzionale del cervello e le tracce comportamentali osservabili archeologicamente, considerando l’inestricabile relazione fra cervello/corpo e ambiente? Le conoscenze sulla plasticità neurale derivanti dalle neuroscienze hanno drasticamente modificato la concezione del cervello quale entità biologicamente “fissa” verso la visione di un sistema bio-culturale dinamico, soggetto a costanti trasformazioni non solo funzionali, ma anche strutturali e anatomiche. L’essere umano possiede una mente plastica immersa e inestricabilmente legata ad una cultura plastica. Pertanto la neuroarcheologia si propone di comprendere i meccanismi di sviluppo nel lungo termine della sinergica co-evoluzione del cervello con la cultura e il mondo materiale.

Gli archeologi tentano oggi di utilizzare la conoscenza sui substrati neurali delle funzioni cognitive per definire/identificare le tracce archeologicamente visibili, le esigenze socio-culturali che le hanno rese necessarie, i processi mentali con cui si è arrivati a produrle. La neuroarcheologia punta alla interdisciplinarietà con le neuroscienze per mappare il terreno comune di indagine, inquadrare nuove domande, e colmare i diversi livelli di analisi sulle diverse scale temporali (individuale, storica ed evolutiva). Questo settore di ricerca mira quindi a costruire un ponte analitico tra cervello e cultura, ponendo cultura materiale, incarnazione, tempo e cambiamento a lungo termine al centro della scena nello studio della mente. In questo contesto, Lambros Malafouris (Journal of Anthropological Sciences, 2010) introduce la nozione di “meta-plasticità” per descrivere l'intreccio costitutivo-attuativo tra plasticità neurale e culturale. In questo contesto, la Material Engagement Theory [MET] si presenta come una teoria esplicativa che si sviluppa lungo tre ipotesi di lavoro correlate: 1)  la mente estesa, che esplora l'intreccio costitutivo tra conoscenza e cultura materiale; 2) il significato enattivo, che esplora la natura del segno materiale non come un meccanismo di rappresentazione ma come un meccanismo di fusione semiotica e di coabitazione attraverso la materia che mette in scena e porta avanti il mondo; 3) l’agentività materiale, che esplora l’agency non come una proprietà umana, ma come il prodotto emergente di attività situate nel tempo e nell’ambiente. Riconoscendo l'efficacia causale e il ruolo costitutivo della cultura materiale nel sistema cognitivo umano (come esemplificato nella TEM), e riconoscendo l'interfaccia cervello-manufatto come sua unità analitica principale, la neuroarcheologia cerca di costruire un nuovo approccio integrato allo studio dell’evoluzione dell’intelligenza umana [biologia evolutiva dello sviluppo].

Nuovi inquadramenti teorici, come quello di neurocostruttivismo ed epigenesi probabilistica, offrono un nuovo modello, non-lineare e interattivo, per comprendere la relazione tra geni, cervello e comportamento caratterizzante l’evoluzione dell’intelligenza umana. Lo sviluppo cognitivo non è più visto come il progressivo dispiegarsi di informazioni che sono disposte nel genoma. La visione tradizionale di un flusso causa-effetto e unidirezionale DNA-RNA-struttura delle proteine codificate  lascia il posto ad una visione più complessa in cui aspetti fisici, sociali, e culturali dell’ambiente e del comportamento rivestono un ruolo fondamentale nel far scattare l’espressione genetica. Nelle parole di Malafouris (Camb. Archaeol. J., 2008b, p. 404): «La struttura anatomica e funzionale del cervello umano è un costrutto dinamico di esperienze culturali mediate, e spesso costituite, mediante l'uso di oggetti materiali e manufatti che perciò dovrebbero essere considerati come parti integranti continue dell'architettura cognitiva umana».

Tutte queste considerazioni sono in contrasto con molte idee convenzionali in psicologia evolutiva, la quale considera la cultura come una mera influenza epifenomenica su un set biologicamente pre-determinato e universalmente condiviso di capacità e caratteristiche dell’intelletto umano. Forse, come suggeriscono Griffiths & Stotz (2000), quello che dobbiamo accettare è che «ciò che gli individui ereditano dai loro antenati non è una mente, ma la capacità di sviluppare una mente».

S.P.

Per approfondimenti

Malafouris L. Metaplasticity and the human becoming: principles of neuroarchaeology. Journal of Anthropological Sciences, 2010; 88: 49-72.

Malafouris L. Beads for a Plastic Mind: The ‘Blind Man’s Stick’ (BMS) hypothesis and the active nature of material culture. Camb. Archaeol. J., 2008b; 18: 401-414.

Griffiths PE & Stotz K. How the Mind Grows: A developmental perspective on the biology of cognition. Synthese, 2000; 122: 29–51.


 

Meta-plasticity and the human becoming: principles of neuroarchaeology.

Important recent developments in brain and cognitive sciences offer new avenues for productive cooperation between archaeology and neuroscience. Archaeologists can now learn more about the biological and neural substrates of the human cognitive abilities and use that knowledge to better define and identify their archaeologically visible traces and possible signatures. In addition, important questions and prevailing assumptions about the emergence of modern human cognition can be critically reviewed in the light of recent neuroscientific findings. Thus there is great prospect in the archaeology of mind for developing a systematic cross-disciplinary endeavor to map the common ground between archaeology and neuroscience, frame the new questions, and bridge the diverge analytical levels and scales of time. The term “neuroarchaeology” is introduced to articulate this rapidly developing field of cross-disciplinary research, focusing on questions and problems that emerge at the interface between brain and culture over the long-term developmental trajectories of human becoming. Neuroarchaeology aims at constructing an analytical bridge between brain and culture by putting material culture, embodiment, time and long term change at center stage in the study of mind. The notion of “meta-plasticity” is used to describe the enactive constitutive intertwining between neural and cultural plasticity. In particular the Material Engagement Theory [MET] was considered. MET could be used as an explanatory path develops along the lines of three interrelated working hypotheses which can summarised as follows: 1) The hypothesis of extended mind, which explores the constitutive intertwining of cognition with material culture; 2) the hypothesis of enactive signification, which explores the nature of the material sign not as a representational mechanism but as a semiotic conflation and co-habitation through matter that enacts and brings forth the world; 3) the hypothesis of material agency, which explores agency not as a human property but as the emergent product of situated activity. Recognizing the causal efficacy and the constitutive role of material culture in the human cognitive system as exemplified by the principles of MET, and taking the brain-artefact interface as its principal analytical unit, neuroarchaeology attempts to construct a new integrative approach to the study of human cognitive becoming [EVO-DEVO].

New theoretical frameworks such as that of “neuroconstructivism” and “probabilistic epigenesist” provide us a new, non-linear and interactive model for understanding the relationship between genes, the brain and behaviour that characterise human cognitive becoming. Cognitive development is no longer seen as the progressive unfolding of information that is a laid out in the genome. The traditional view of a one-directional flow of cause and effect from genes (DNA) to RNA to the structure of proteins they encode gives way to a subtler picture where physical, social, cultural aspects of environment and behaviour plays fundamental role in triggering the expression of genes. All these considerations clearly contrast to many conventional ideas in evolutionary psychology that would see culture as a mere epiphenomenal influence upon a biologically pre-determined and universally shared set capacities or features of human cognition. Maybe, as Griffiths & Stotz (2000) suggest, what we need to recognise is that «what individuals inherit from their ancestors is not a mind, but the ability to develop a mind».