30. set, 2016

The sapient Mind. I contributi della neuroarcheologia allo studio del sistema nervoso umano.

Archeologia e neuroscienze hanno fino ad oggi fornito importanti contributi allo studio dell'intelligenza umana. La prima, indicandoci con buona approssimazione dove e quando l’Homo sapiens è apparso - in Africa da qualche parte tra 100.000 e 200.000 anni fa. Le seconde, d'altra parte, suggerendo dove nel cervello umano possono essere identificate quelle che vengono considerate abilità qualificanti l’essere umano (il linguaggio, la capacità simbolica, la capacità di rappresentazione, la Teoria della Mente, il credo causale, l’intenzionalità, il senso di individualità) e quali possano essere le reti neurali e i meccanismi cognitivi che le supportano.

La sfida diventa oggi riunire tutte queste informazioni, capirne le diverse sfaccettature e dare una nuova definizione della condizione umana. Un tentativo di integrare queste discipline finora isolate potrebbe restituirci un quadro molto più informativo del “da dove veniamo” e del “perché ci siamo evoluti in questo modo”. Nasce così ad opera di Colin Renfrew quel settore della ricerca oggi noto come “archeologia della mente”. Un settore dell’archeologia che studia l’evoluzione della mente, la sua architettura funzionale e il ruolo svolto dall’ambiente sullo sviluppo biologico del sistema nervoso umano. Basandosi sul presupposto di una stretta interazione tra cervello, corpo e cultura materiale, la neuroarcheologia permette l’incontro fra neuroscienze e archeologia, promuovendo un approccio interdisciplinare per approfondire tematiche connesse all’evoluzione cognitiva umana, soprattutto dopo la fase di speciazione. La neuroarcheologia si propone quindi di fondere i dati archeologici sulla comparsa dell’homo sapiens con le conoscenze neuroscientifiche sul divenire del sistema nervoso e dell’intelletto umani. Un esempio? Recenti ricerche sulla formazione e sull’evoluzione delle capacità cognitive, con particolare riferimento all’emergere del linguaggio e alla produzione di utensili, si sono avvalse di tecniche di neuroimaging per simulare il comportamento degli ominidi e verificare nel cervello umano moderno il fondamento neurologico delle ipotesi formulate. 

Per comprendere a fondo le questioni riguardanti l’apprendimento della specie e la trasmissione culturale, si reputa sempre più necessaria una collaborazione tra neuroscienziati e archeologi che permetta di lavorare su scale temporali e aspetti fenotipici diversi. Quello che è richiesto per rendere effettiva questa collaborazione è una serie di idee che ci permettano di pensare a “cervelli, corpi e dati materiali” in combinazione così da capire i possibili legami tra la plasticità cerebrale e quella culturale.

Ma chi è Colin Renfrew? Archeologo inglese, senior fellow al McDonald institute for archaeological research (http://www.mcdonald.cam.ac.uk/), che ha fondato e diretto all’università di Cambridge (1990-2004), dove è anche professore emerito di archeologia. Proprio nel 2004, ha ricevuto il premio internazionale Balzan per l’archeologia preistorica: un riconoscimento della sua importante attività intellettuale, fatta anche di promozione del dibattito teorico e di sensibilizzazione agli aspetti etici della professione dell’archeologo. Renfrew non è solo promotore di studi di archeologia teorica, con particolare riferimento all’archeologia sociale e cognitiva, ma è anche un attivo ricercatore sul campo: ha infatti dedicato la sua vita allo studio della preistoria europea e mondiale, effettuando scavi in Gran Bretagna e in Grecia, per studiare lo sviluppo delle civiltà dell’Egeo. Negli anni ha promosso aspetti innovativi della ricerca archeologica, come la bioarcheologia e la neuroarcheologia. Suoi due importantissimi contributi quali “Archaeogenetics: DNA and the population prehistory of Europe” (2000),  e  “The sapient mind: archaeology meets neuroscience” (2009).

S.P.

Per approfondimenti

Colin Renfrew, Christopher D. Frith, Lambros Malafouris. The Sapient Mind: Archaeology Meets Neuroscience : Papers of a Theme Issue. Volume 363, Edizione 1499 di Philosophical transactions of the Science, 363(1499). Royal Society of London: Biological sciences. Royal Society, 2009.

 


 The sapient Mind. Neuroarcheology and the study of the human nervous system

Up to now, working in isolation, both archaeology and neuroscience have made a number of important contributions to the study of human intelligence. Archaeology, for instance has given us a good idea about where, and an approximate idea about when, Homo sapiens appeared - in Africa somewhere between 100.000 and 200.000 years ago. Neuroscience, on the other hand, has given us a good indication about where in the human brain modern human capacities (e.g. language, symbolic capacity, representational ability, Theory of Mind, causal belief, intentionality, sense of selfhood) can be identified and the possible neural networks and cognitive mechanisms that support them. The challenge facing us then is how do we put all these different facets and threads of evidence about the human condition back together again? A new framework that integrates two hitherto isolated disciplines can provide us with a much deeper, more informative, account of where we came from, and why we developed as we did.

The result is the work of Colin Renfrew: an area of research known today as "archeology of the mind". A field of archeology that studies the evolution of the mind, its functional architecture and the role played by the environment on the biological development of the human nervous system. Based on the assumption of a close interaction between the brain, body and material culture, the “archeology of the mind” (the so-called neuroarcheology), allows the meeting between neuroscience and archeology, promoting an interdisciplinary approach to investigate issues related to the evolution of human cognition, especially after the stage of speciation. An example? Recent researches on the formation and evolution of cognitive abilities availed themselves of neuroimaging techniques. Archaeologists have been able to simulate the behavior of hominids in collaboration with neuroscientists. Indeed, they have been able to verify the neurological basis of the assumptions made in the modern human brain.